UN RIMEDIO biologico per combattere le aflatossine, sostanze tossiche che contaminano il mais e altre colture, e dal campo arrivano sulle nostre tavole attraverso il latte, il formaggio, ma anche le spezie e la frutta secca. È nato nei laboratori della facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali dell’università Cattolica di Piacenza e potrebbe ridurre drasticamente la contaminazione. «Abbiamo messo a punto una soluzione biologica che ha come ingrediente attivo un ceppo non tossico dell’Aspergillus flavus, cioè proprio il fungo che produce aflatossine nel mais», spiega Paola Battilani, del dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali sostenibili della Cattolica di Piacenza. Gli Aspergilli flavi sono naturalmente presenti nell’ambiente, ma ci sono alcuni ceppi che non producono aflatossine. «Noi abbiamo selezionato proprio uno di questi ceppi innocui – aggiunge la ricercatrice – scegliendo quello più efficiente, che cresce prima di quello che produce la tossina». Così facendo, il ceppo innocuo si sostituisce a quello tossico ed evita che si formino le aflatossine nel mais.

I primi tentativi di controllare in questo modo le aflatossine sono iniziati nel 2013 e un anno fa gli agricoltori hanno utilizzato questo metodo su 15mila ettari, con un’autorizzazione temporanea di impiego. «Constatando – spiega Battilani – che c’è una riduzione della contaminazione media del 90%».

La prevenzione delle contaminazioni da aflatossine è oggetto di studio da parecchi anni in diversi paesi e riguarda mais, pistacchi, arachidi, mandorle, peperoncino, noce moscata, zenzero ed altre spezie. Il riscaldamento climatico ha un ruolo non indifferente. «Le tossine – spiega Carlo Brera, responsabile del reparto Ogm e Micotossine del dipartimento di Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare dell’Istituto superiore di sanità – si formano soprattutto nei climi tropicali caldo-umidi, e purtroppo la tropicalizzazione del bacino mediterraneo ha fatto aumentare i casi anche in Italia perché si stanno registrando alte temperature e scarsa piovosità, condizioni che stressano la pianta rendendola più vulnerabile all’attacco fungino in campo».

Fra le 500 micotossine conosciute, quella con i peggiori effetti sulla salute è l’Aflatossina B1, classificata dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come agente cancerogeno per l’uomo. «Inoltre, poiché è genotossica, non è possibile stabilire una soglia tollerabile di assunzione con la dieta e quindi l’obiettivo deve essere quello di mantenere il livello di esposizione il più basso possibile», prosegue Brera. L’organo-bersaglio è il fegato, ma in alcuni studi condotti su specie animali sono stati osservati altri effetti tossici come iperplasia dei condotti biliari, emorragia del tratto gastrointestinale e dei reni.

Il rischio di ingerire aflatossine riguarda anche il latte e i suoi derivati. «Se nel mangime di cui si nutrono i bovini c’è aflatossina B1, essa viene metabolizzata e poi trasformata in aflatossina M1, che finisce appunto nel latte. Si tratta di una sostanza che ha un 10% di potenza cancerogena rispetto all’aflatossina B1 e che potrebbe avere caratteristiche di genotossicità», aggiunge il ricercatore.

Fonte Repubblica

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