Specchi d’acqua che si distendono a perdita d’occhio, tra il ronzio delle zanzare e il gracidio delle rane. Le campagne della Lomellina, in provincia di Pavia, sono la culla del riso in Lombardia; prima area risicola d’Europa con 84.243 ettari di risaie. A Suardi, uno dei comuni della zona, vive l’ultima mondina. Piera Bonomelli è una donna che ha conosciuto la fatica da vicino. Il 3 agosto festeggerà il suo 92esimo compleanno ed è stata la mondariso «corteggiata» da tutti i coltivatori della zona. I suoi racconti sono nitidi e carichi di ricordi.. Un film fatto di canti malinconici e balli festosi; di ragazze a piedi nudi e schiene piegate. Le sue mani per quasi settant’anni hanno pulito meticolosamente ogni chicco. «Scendevo dalla Valcamonica con altre 300 operaie – racconta Piera . Ho iniziato nel dopoguerra, a 18 anni. Sveglia all’alba, alle 7 eravamo già con i piedi a bagno, a raccogliere erba matta e croda da portare sull’argine. Una vita dura». Le giornate per le mondine erano faticose. Cominciavano alle prime luci dell’alba, spesso lontane da casa. Alcune dovevano partire in treno nottetempo, ammassate in carrozze apposite, per arrivare nei centri di smistamento e raggiungere le coltivazioni alle cinque del mattino. Qui restavano per l’intero periodo della monda del riso, che durava circa quaranta giorni. «Dormivamo insieme, in camerate allestite nelle cascine, o nei granai che odoravano di riso messo ad essiccare. Ogni mattina, dopo aver fatto colazione con un bicchiere di latte e un panino, entravamo nell’acqua e ci stavamo fino al tramonto». A piedi nudi, con il cappello di paglia in testa, calzoncini o sottane a cui legavano i lembi per evitare di bagnarsi, calze di cotone sopra le ginocchia, e un fazzoletto sul viso per non essere mangiate dagli insetti. Loro compito era quello di ripulire le piantine di riso dalle erbe infestanti: procedevano in fila, chine, la schiena sotto il sole. Dall’argine, le grida di incitamento dei padroni che le osservavano e le chiamavano per il pranzo o per la fine del lavoro. Stanche e sempre affa-mate. Piera non amava il riso, ma ha dovuto farci l’abitudine: «I primi anni si mangiava poco. Sempre e solo minestra di riso. Negli anni Cinquanta sono arrivati i sindacati e, oltre ad avere i primi contratti collettivi di otto ore, abbiamo ottenuto anche un miglioramento del menù: la domenica un pezzetto di carne, poi le uova, e un cubetto di mela cotogna per merenda. Un vero lusso». Quando calava il sole si faceva festa nelle cascine. Balli e canti sull’aia, con quelle ragazze giovani e belle, sempre sorridenti. Di giorno, i braccianti che stavano nei campi alle loro spalle, le fissavano mentre instancabili scandivano il ritmo intonando canti. La sera, le facevano ballare e si innamoravano. Come è successo a Piera, che in Valcamonica non è più tornata: «Quando nei piccoli paesi arrivava la carovana delle mondine, era una gioia. Durante una serata di musica ho incontrato un ragazzo che lavorava nei campi. Siamo sposali da settant’anni». Negli anni Sessanta le mani delle mondine vennero sostituite da macchinari e diserbanti chimici. Ma non quelle di Piera: «A metà anni 70 sono entrata alla Mascherpa di Tortorolo, un produttore di riso da seme, che poi è il vero biologico. Sono rimasta fino a più di settant’anni».

La provincia di Pavia è la prima area risicola d’Europa con 84.243 ettari di risaie. La scomparsa delle mondine risale alla metà degli anni Sessanta con l’introduzione di macchinari e diserbanti chimici.

Corriere della Sera Lunedì 29 Maggio 2017
di Eleonora Lanzetti

 

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